mercoledì 12 ottobre 2011

La donna che vede le anime

La donna che vede le anime

La signora Rina Vanin è nata a Cismon nel 1921 ed ora vive in casa di riposo a Valstagna dove io lavoro come medico e dove l’ho conosciuta.
Di lei mi hanno colpito gli occhi neri  sorridenti e curiosi ed il carattere fondamentalmente buono e malgrado tutto ottimista.
Rina non ha auto una vita facilissima:ad un anno è stata colpita da paralisi infantile al braccio destro, e a tre anni ha seguito la famiglia in Francia , nell’alta Savoia, perché in Italia il padre, che faceva il fabbro, non trovava lavoro.
Ha vissuto quindi a Lallenge, un paesino vicino a Thonon les Bains dove ha frequentato le scuole elementari. Ricorda quel periodo come il più bello della sua vita. Frequentava volentieri le scuole e riusciva nello studio piuttosto  bene, tanto che le era stata promessa una borsa di studio per realizzare il suo sogno: diventare maestra. Purtroppo non sempre le cose vanno come dovrebbero ed un brutto giorno la madre di Rina si ammalò e dopo pochissimo tempo lasciò lei e suo padre. Grazie all’aiuto del prete del paese Rina fu mandata in un collegio per continuare gli studi.
Purtroppo il padre pagò la retta del primo mese e poi non si fece più vedere né sentire. Da allora Rina non sa più niente di lui. Sa solo che per lei era un buon padre,  che gli ha voluto ed ancora gli vuole molto bene, ma malgrado lo abbia cercato con i pochi mezzi che poteva avere una bambina di dieci anni, non l’ha più trovato.
Così Rina, senza più alcun appoggio economico fu rimpatriata e spedita a Cismon da una vecchia zia, che la tenne con sé per un mese e poi decise, visto che la bambina non si faceva capire bene perchè parlava solo francese, di farla ricoverare al manicomio di Vicenza.   La bambina che oltre tutto aveva una paralisi all’arto superiore destro, per la vergogna lo teneva rattrappito sotto l’ascella, inoltre non parlava e non si spiegava bene in italiano, quindi fu facilmente ricoverata al manicomio S.  Felice Fortunato di Vicenza.
Anche lì si rese utile aiutando tutti gli altri degenti e, per quanto possa sembrare impossibile, ricorda quel periodo, per certi aspetti, solo per certi aspetti, come il più bello della sua vita. Partecipava alle riunioni, aiutava gli infermieri ed  medici, disegnava e dipingeva si sentiva stimata ed accettata da tutti in particolare dal direttore il signor Nordera che ricorda ancora come un autentico gentiluomo ed una buona persona.
Rimase al manicomio per tre anni, al termine dei quali proprio il signor Nordera le disse: -Senti Rina tu non sei matta, non devi essere ricoverata tu, ma quelli che ti hanno mandato qui.-
Così mandarono Rina a Rosà  dove c’era un istituto per  diversamente abili: vi erano oligofrenici, affetti da sindrome di Down ed altre persone con vari handicap.
Anche qui Rina trovò la maniera di rendersi utile in mille modi: assisteva le persone più bisognose, al momento dei pasti imboccava quelli meno autosufficienti, aiutava nelle pulizie. Provava inoltre, per quelle povere persone, un autentico sentimento di compassione e di affetto e ne era ricambiata con gli interessi.
Fu qui che cominciò a vedere le anime. Già perché quando questi suoi amici morivano, era sempre lei a doverli assistere fino all’ultimo respiro, e proprio allora cominciò ad accorgersi che dalla loro bocca esalava una specie di fiato, una specie di nuvoletta di vapore bianco che lei vedeva o almeno credeva di vedere dissolversi verso il soffitto della stanza, dopo di che , lei era sicura che la vita di quel povero essere umano era terminata. E qualche volta piangeva da sola in ricordo di quelle persone che aveva conosciuto, aveva amato ed era stata da loro fortissimamente ricambiata. 
Per tutti questi lavori non riceveva  stipendio, anzi se qualche volta un parente di qualche degente le dava qualche lira, pensavano poi le suore a farsela restituire anche perquisendola. Del resto erano tempi di miseria,  le stesse suore dovevano pensare al mantenimento di tutti e sicuramente non penso fosse facile. Riceveva comunque tanto amore, tanto che in certe occasioni pensava che quelli potessero essere alcuni tra i più bei momenti della sua vita.
La vita di Rina proseguì in quel modo fino ai 47 anni quando incontrò l’amore.
Un vedovo di Valstagna di 18 anni più anziano di lei, passando più volte davanti all’istituto, la vide, chiese informazioni e decise di farle la corte. Rina era così assetata di affetto che non le parve vero che una persona si interessasse solamente a lei. Dopo poco tempo i due convolarono a nozze.
Durante il matrimonio continuò a fare quello che aveva sempre fatto, poiché il marito era piuttosto malato , aveva infatti dei seri problemi circolatori agli arti inferiori, lo assistette in tutto e per tutto. Cucinò per lui con tutto il suo entusiasmo, la sua perizia e la sua volontà, e lo confortò nella sua lunga malattia. Per fargli piacere arrivò anche ad interessarsi di calcio e di pugilato, sport per i quali lui andava matto. I due si fecero buona compagnia e per gli anni che passarono assieme non si mancarono mai di rispetto. Mai una lite, mai una parola scortese: ancora adesso ricorda quel periodo come sicuramente il più bello della sua vita.
Anche il marito, purtroppo, un brutto giorno la lasciò e lei si ritrovò un’altra volta da sola. Così decise di sfruttare la pensione del marito per farsi ricoverare qui,  in casa di riposo di Valstagna dove a volte facciamo le nostre chiacchierate guardando la televisione e ci pare a tutti e due di passare ancora qualche bel momento della vita assieme.
Quando ho sentito la storia delle anime che vedeva uscire dai corpi mi è sembrata un’immagine molto poetica, ma siccome non sono un poeta, anzi sono un disincantato, scellerato consumista della peggior risma, per non saper né leggere né scrivere, le ho chiesto i numeri del lotto. Anch’io ho cercato di sfruttarla. Non si sa mai ho pensato: una così, forse avrà dei poteri, forse comunicherà con laldilà.
Lei me li ha dati volentieri ma non sono usciti, nemmeno uno. Cosa credevate anche voi?
Non ha alcun’importanza, per me parlare con Rina nelle notti di guardia medica è un onore perché la ritengo senz’altro una super italiana, una italiana  di serie A.
Ora che ho scritto la sua storia, mi sento meglio, a parte una forma di grafomania che sta cominciando a preoccuparmi, mi pare di aver fatto il mio dovere. Io il mio dovere l’ho fatto. Ora vedete voi. Mi dispiacerebbe che di una persona così, che non ha mai provato odio né invidia per nessuno ed ha risposto con il bene al male, non rimanesse nemmeno la storia.
Lei si Chiama Vanin Rina abita in Casa di Riposo a Valstagna in via Londa



 

Andare a donne a cinquant'anni


                           ANDARE A DONNE A CINQUANT’ANNI

Un uomo sulla cinquantina, per andare a donne ha bisogno delle seguenti cose:

1)      I capelli
Una capigliatura decente e’ molto importante. Non si puo’bleffare con artifizi o riporti vari, altrimenti si rischia di diventare ridicoli. Molto meglio allora un buon trapianto o fare buon viso a cattiva sorte e rasarli molto corti, pero’ non e’ la stessa cosa.

2)      Essere magri e moderatamente sportivi.
La donna non ama il panzone assonnato e sempre stanco. Se volete dedicarvi a questa attivita’, e’ opportuno cercare di perdere I chili di troppo senza fare di questa attivita’ il vostro chiodo fisso, altrimenti perderete di vista la vostra meta e vi interessera’ di piu’ il vostro peso e la forma fisica piuttosto che le donne stesse. Questo atteggiamento verra’ subito riconosciuto dalla donna che non lo gradira’. Ricordate e’ lei che vuole essere al centro dell’attenzione, non il vostro corpo. Narcisisti!

3)      Essere alti
 Se vi chiedono quanto siete alti dite sempre: circa un metro e ottanta. La donna tende a credere molto piu’ a cio’ che sente piuttosto che a cio’ che vede. Specialmente se e’ ben disposta verso di voi. Se e’ maldisposta lasciate perdere.Del resto potete usare tacchi interni ed esterni guadagnando cosi’ preziosi centimetri. Se si avvicina a voi alzatevi anche leggermente in punta di piedi, oppure sfruttate ogni appiglio logistico, scalini, rialzi del terreno ecc... Se ad esempio state conversando vicino ad un albero, con una mano attaccatevi ad un ramo e con non chalance  sollevatevi delicatamente dal terreno senza darci un gran peso. Continuate la conversazione in questa posizione finche’ non sarete esausti, poi con una scusa slanciatevi il piu’ lontano possibile da imbarazzanti paragoni ed abbandonate il campo. Sembra un po’ complicato, ma che volete da me.

4)      Avere una laurea-
 Se siete ragionieri o periti, non lo dite. in questo caso glissate, dite che siete piccoli imprenditori, che vi siete fatti da soli, o mentite spudoratamente. La laurea In psicologia e’ controindicata. A meno che non siate inseriti in qualche struttura universitaria od ospedaliera, la donna giustamente vi considerera’ dei semplici “ Sfigati” e non vi stara’ nemmeno piu’ ad ascoltare.
La laurea in Ingegneria e’ molto buona come pure quella in Economia e commercio. Se siete laureati in giurisprudenza dite che avete gia’ superato l’esame di stato. La laurea in medicina e’ abbastanza considerata , ma attenzione, preparatevi ad ascoltatre tutta una serie di disturbi fisici e di teorie sull’omeopatia e sulle medicine naturali ed alternative che metteranno a dura prova il vostro sistema nervoso. Nulla potrete obiettare a tali teorie o verrete considerato un medico impreparato, grezzo e superficiale.

5)      L’automobile-
 Alla vostra eta’ e’ ora di smetterla di essere alternativi. Basta con le Dian o con catorci simili. E’ nettamente consigliata la Mercedes o la BMW. Attenzione pero’, non bleffate acquistando un vecchio rottame di BMW di dieci e piu’ anni credendo di farla franca. La donna piu’ miope ed apparentemente piu’ addormentata, ha l’occhio di una lince ed il cervello di una volpe per quel che riguarda queste faccende. Ricordatevi che quando parlera’ di voi con le  amiche non vi designera’ col vostro nome e cognome ne’ tantomeno menzionera’ le vostre qualita’ morali. Dira’ semplicemete: quello con la Golf GTD bianca, oppure quello con la Mercedes Seek metallizzata ecc… ecc… L’automobile quindi deve avere al massimo due o tre anni di eta’, dev’essere ben tenuta e con tutti gli optionals. Mentre guidate vi consiglio di ascoltare le  seguenti canzoni di Paolo Conte: Wanda, L’ultima donna che avremo, Per ogni cinquantennio I sempre in gamba, Lo scapolo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            


6)      L’Abbigliamento-
  Anche qui finitela di essere alternativi : basta con le magliette, basta con I jeans. Quando vi deciderete ad acquistare un bel principe di Galles od un Ermenegildo Zegna? E la cravatta, volete proprio che ve la mettano solo quando sarete in cassa da morto? Lo so vi stringe il collo e vi da un’aria che non e’ la vostra, specialmente se non vi siete abituati, ma, o adesso o mai piu. Se non avete la sensibilita’ per abbinare I colori della cravatta con I calzini con la camicia e con il vestito, fatevi aiutare da vostra moglie. E’ il momento di essere impeccabili. Andiamo per I cinquanta.


7)      I Soldi ed il potere-
 Se avete il potere allora sicuramente avrete anche I soldi. Ma se non avete potere almeno abbiate il buon gusto di avere soldi. I soldi rappresentano sia la forma liquida del potere, nel senso che possono essere immediatamente fruibili, sia la forma cristallizzata dello  stesso, nel senso che possono essere intesi come una particolare forma di potere messo da parte ed utilizzabile anche quando il vero potere non c’e’ piu’. Non sono tuttavia trasformabili immediatamente nel vero potere e le donne lo sanno bene tanto che possono anche disprezzare chi ha molti soldi ma e’ molto difficile che   disprezzino  chi ha molto potere.
Non e’ pero’ sufficiente avere soldi , bisogna anche essere disposti a spenderli con una certa classe e senza farlo pesare.

Se rispetterete I seguenti sette punti, forse riuscirete a conquistare qualche donna anche a cinquant’anni. Se pero’ oltre a conquistarla desiderate anche che vi voglia un po’ di bene, allora dovrete fare qualcosa di molto piu’ difficile e costoso.
Dovrete cercare di essere voi stessi . Lo so, specialmente a cinquant’anni, quando cambiare e’ un po’ piu’ difficile di prima,  essere se’ stessi e’ la cosa piu’ difficile del mondo.  Accettare di essere e di apparire quell’irascibile un po’ triste e soprattutto noioso, noioso, noioso individuo non e’ affatto semplice.
Irascibile, sempre incazzato, triste e noioso, qualche volta anche felice, sicuramente libero, quasi mai   alla moda, ma tuttavia unico al mondo nel suo genere, alla faccia delle centinaia di commendatori quasi tutti uguali con la cravatta, la Mercedes ed il BMW.  










Semeiotica

SEMEIOTICA


Negli anni 1972-1973 ci fu il boom delle iscrizioni universitarie alla facoltà di medicina. Forse a causa del dottor Kildert, protagonista di una fortunata serie di telefilm americani, tutti volevano curare, salvare, trattare umanamente il prossimo e se possibile contribuire con qualche fondamentale scoperta scientifica alla salvezza dell’umanità’, guadagnando , perché no, anche dei buoni soldi.
Mi iscrissi anch’io aspettandomi di trovare quell’ambiente accogliente ed umano che avevo visto nei filmetti americani, invece l’impatto con l’università’ fu traumatico. File interminabili di studenti, code alla segreteria per iscriversi, code ovunque. Gli esami del primo anno erano cinque: chimica, fisica, istologia, biologia ed il cosiddetto colloquio di anatomia. Qualche genio dell’università’ aveva voluto chiamare con questo nome “ Colloquio” quella parte dell’esame di anatomia che trattava dei muscoli delle ossa, delle arterie e delle vene e che consisteva in una prova scritta perché I professori non avrebbero avuto il tempo di ascoltare tutti. Quindi l’unica prova scritta del primo anno si chiamava “Colloquio”. Già questo la diceva lunga. Le prime settimane passarono nella disperata ricerca di aule ed orari. Non appena trovavamo l’aula giusta, trovavamo anche , appeso da qualche parte un cartello con la scritta;” La lezione è stata sospesa o trasferita in via Casa del diavolo n. 17”.
Le lezioni per gli esami di fisica e chimica erano più o meno come quelle del liceo, solamente il professore lo potevi vedere col binocolo e non potevi avere alcun rapporto con lui. Anche agli esami, non avrebbero richiesto molto di più. Diversa invece era la situazione per l’anatomia. Per avere a disposizione un cranio umano, per lungo tempo ho dovuto rivolgermi al mio vecchio liceo nel cui laboratorio vi era un cranio perfettamente preparato e sezionato che mi fu prontamente messo a disposizione. Del resto anche le lezioni ufficiali di osteologia consistevano solamente nel dare un nome a tutte le protuberanze, I processi, le sporgenze, I solchi ed I canalini delle varie ossa. Tutto qua.
 Per I più svariati motivi, le lezioni a volte non si tenevano: o per manifestare contro qualche ingiustizia, o per solidarietà nei confronti di qualcuno o per segnalare a qualche altro vari problemi, si tornava spesso tutti a casa. I professori non se lo facevano ripetere due volte, sembrava non aspettassero che una scusa per piantare tutto ed andarsene. Ricordo che una volta una lezione di istologia fu interrotta perché, in un’auletta prefabbricata, mentre il professore spiegava, entrò una zingarella che si mise a chiedere la carita’agli studenti. Il professore scandalizzato ci disse: ” Signori debbo interrompere immediatamente, sia per rispetto verso di voi sia per portare la mia protesta a chi di dovere”.
Io quella mattina ero partito appositamente da casa mia con l’automobile, avevo impiegato più di un’ora per percorrere I trenta Km tra Cittadella e Padova e avevo speso un’altra mezz’ora per parcheggiare in divieto di sosta. Mi azzardai quindi a replicare: ” Scusi professore, non potremmo darle mille lire e rinviare la protesta al termine dell’ora?” Ottenni in cambio un’occhiata piena d’odio che interpretai così: “ Lasciami andare a casa deficente, o mi ricorderò di te al momento dell’esame”. Dopo I primi mesi, nonostante la pletora di iscrizioni, le aule cominciarono a svuotarsi perché molti studenti rinunciarono a frequentare.
Conobbi in quel periodo Cavaro uno studente calabrese che con un gruppo di conterranei affrontava l’umidità’, le zanzare, il freddo, il traffico, l’estraneità’ di Padova, unicamente per il prestigio del nostro ateneo. Ebbene questi studenti che alloggiavano allora al collegio universitario Murialdo, in sei o sette anni di università, non avrebbero quasi mai frequentato una lezione. Rimanevano sempre seduti nell’atrio del collegio stesi su di un divano a studiare in pigiama. Quando chiedevo a Cavaro perché fossero venuti a Padova, mi rispondeva che qui s’imparava di più Vuoi mettere”
“ Ma se non avete mai messo piede all’università’” obiettavo io “ A cosa vi serve rimanere qui.”
“ A Padova la laurea vale di più, è più difficile, sono più seri e poi pretendono di più agli esami” era la risposta.
“ Se ci facessero imparare a memoria anche l’elenco telefonico, sareste più contenti?” Chiedevo allora io.
Cavaro mi guardava con gli occhi scuri e sorridenti e con un’espressione sorniona mi diceva: “ Scherza, scherza Berto’, intanto noi quando torneremo a casa potremo dire che ci siamo laureati a Padova, e questa sara’ la nostra vendetta”. Quell’ambiente ci aveva reso tutti un po’ masochisti, c’interessava di piu’ che le cose fossero difficili piuttosto che servissero a qualcosa.
 Frequentare l’ambiente universitario era tuttavia utile perché imparavamo molto tra noi studenti: quali erano I pallini dei vari professori, dove trovare le dispense per risparmiare tempo e altre cose utili di questo genere.
Negli anni successivi cominciarono a spiegarci anche I vari organi del corpo umano e le loro funzioni, chi rimaneva assente era tuttavia sempre il malato. Come se la sofferenza riguardasse il fegato o il rene e non la persona malata. Più tardi avremmo dovuto accorgerci che è difficile guarire una grave malattia ma è sempre possibile curare, aiutare, contenere la sofferenza. Gli ospedali altro non sono che grandi contenitori di sofferenza umana, luoghi cioè in cui dovrebbe essere più facile contenere a volte anche ritualizzando la sofferenza del malato e la frustrazione del medico.
Ma è appunto il dover accettare di non poter sempre guarire ed imparare a contenere la sofferenza dei malati che non guariscono, senza trattarli come degli ingrati , la cosa più difficile da imparare e da insegnare. Forse questa è la famosa vocazione di cui tanto mi parlava la mia maestra delle elementari. Resistere alla sofferenza senza incolpare nessuno e senza scappare è molto stressante e difficile, anche perché molte volte è lo stesso paziente che svaluta questo lavoro ed idealizza la figura del supertecnico che con un solo atto superspecialistico, supertecnologico ed alla fine magico lo guarirà per sempre da tutti I mali.
Dalle lezioni universitarie di medicina mancava dunque sempre il malato.
Quando farò la prima iniezione? Quando incontrerò davvero la mitica figura del paziente?
Ero molto abituato ai libri, ma per nulla alle persone.
Finalmente arrivò il momento dell’esame di semeiotica.
Semeiotica è il primo esame di medicina dove gli studenti incontrano il malato ed ai miei tempi, strano a dirsi, era un insegnamento facoltativo.  Per sostenere quest’esame è necessario raccogliere l’anamnesi e fare l’esame obiettivo del paziente.
Con l’anamnesi si raccolgono tutte le informazioni utili che possono indirizzare verso la comprensione della patologia del paziente.
Bisogna chiedere se nella famiglia vi sono state malattie importanti, bisogna indagare sulle abitudini di vita, sulle malattie pregresse ed infine sul motivo del ricovero attuale.
L’esame obiettivo è la visita vera e propria che si propone di valutare attraverso l’ispezione, la percussione, la palpazione e l’auscultazione se vi sono alterazioni rispetto alla norma nei vari distretti corporei del paziente.
Per quest’occasione ci comprammo tutti il camice, lo stetoscopio ed il martelletto e cominciammo a frequentare l’istituto di semeiotica.
La prima cosa che balzava all’occhio era il numero esiguo dei ricoverati rispetto all’enormità’ degli studenti di medicina, la seconda impressione che ebbi riguardava gli ammalati.
Rispetto all’idea che mi ero fatto guardando I telefilm americani, mi sembravano tutti poveretti, piccolini, impauriti, chiusi in se stessi e stanchi. Stanchi forse di vedere dalla mattina alla sera tutto quel baillame di camici bianchi.
Sembravano del tutto distaccati dalla realtà dei medici, come se medici e pazienti fossero lì per motivi del tutto differenti e vivessero in due mondi separati ed incomunicabili. 
Arrivò infine il giorno in cui dovemmo sostenere l’esame, il giorno prima della prova orale. Fummo divisi a due a due e ci fu assegnato un caso che avremmo dovuto presentare all’esame, al quale dovevamo fare l’anamnesi e l’esame obiettivo.
Il mio collega, che per comodità chiamerò Bargi, era un tipo piccolino, magro, nervoso e teso come una corda di violino.
A noi toccò l’ultimo turno, a poche ore dall’esame, non c’era tempo da perdere, dovevamo sbrigarci.
Il nostro paziente, che chiamerò Onorio, era un uomo sulla sessantina affetto da epato spleno megalia (aumento di volume del fegato e della milza), era in pessime condizioni, era stanco e rispondeva veramente a fatica.
Non solo il nostro ammalato era stanco, ma anche tutti gli altri: gli studenti che dovevano fare l’esame erano centinaia e quei poveri Cristi erano stati sottoposti per tre giorni ad un bombardamento di domande, un autentico lavaggio di cervello.  Dapprima rimasero lusingati dall’improvvisa irruzione di tutti quei “medici” così interessati ai fatti loro, poi visto che la cosa non accennava a diminuire cominciarono a stancarsi ed a porsi le prime domande.
Io e Bargi eravamo stati particolarmente sfortunati perché oltre ad appartenere all’ultimo turno, avevamo trovato anche una persona con uno stato di coscienza obnubilato. Bargi gli fu subito addosso con una raffica incalzante di domande alle quali Onorio rispondeva a fatica, distraendosi sempre più spesso. Forse a causa della patologia di cui era affetto il poverino non riusciva a mantenere l’attenzione su di un argomento per più di qualche secondo.
Purtroppo non avevamo tempo da perdere, se non fossimo riusciti a completare quell’anamnesi e quella visita l’esame ci sarebbe saltato alla sessione successiva e con I tempi che correvano, nulla sembrava assicurato. Chi poteva sapere cosa sarebbe successo in futuro. In una situazione come quella era meglio fare subito carniere ed incamerare al più presto il voto sul libretto. Noi avevamo I nostri problemi ed Onorio aveva I suoi. “Alvo, alvoo” gli gridava Bargi sempre più impaziente, -diuresi, diuresii. Allattamento, dove ha avuto l’allattamento al seno o non al seno?-
- Le malattie esantematiche, quali malattie esantematiche ha avuto- Urlava Bargi esasperato mettendosi le mani attorno alla bocca a mo di megafono.
-         Non ricordo, non ricordo- rispondeva il povero Onorio – Lasciatemi andare in coma in pace almeno.-
-          Cosa vuoi che c’interessi come ha avuto l’allattamento questo povero vecchio, dopotutto ha un’epato- splenomegalia- obiettai.
-         A me se sia stato allattato al seno o no, non me ne potrebbe importare di meno- disse Bargi- Ma domani ho l’esame e devo presentare questa maledetta anamnesi come mi hanno insegnato di fare-
  Continuammo a tempestare il paziente di domande, la nostra anamnesi essendo molto scolastica rischiava di divenire molto voluminosa.
 Onorio oltre, a non rispondere velocemente, aveva passato una vita molto complicata ed avventurosa, piena di viaggi per lavoro in Africa ed in Asia. Trattandosi di epato-spleno megalia, la cosa poteva essere importante.
Non appena aveva terminato di raccontarci con gran fatica un episodio della sua vita, ne ricordava uno immediatamente precedente che aveva trascurato ed iniziava da capo.
Avevamo già scritto più di dieci stipatissime pagine. 
 -Mannaggia a te e a me- mormorò Bargi- Non ci poteva capitare uno che ha passato una vita tranquilla, sempre nello stesso posto, sempre con lo stesso lavoro. Beata tranquillità. Viva la tranquillità. Invece con questo qui,un romanzo ne verrà fuori, non un’anamnesi ma un romanzo-
-         Già – dissi io- La gente dovrebbe vivere secondo I moduli delle nostre anamnesi e non in questo modo così incasinato.-
Poi rendendomi conto di quanto paradossale fosse quella situazione –Bargi- aggiunsi – Lasciamolo in pace, cerchiamo la cartella clinica che gli hanno già fatto I medici e copiamo tutto, è l’unica cosa che possiamo fare.-
Mentre eravamo assorti in quella discussione ci accorgemmo che nel reparto stava scoppiando qualcosa di nuovo. Un certo movimento di protesta, quasi una piccola rivoluzione tra I letti dei pazienti.
-Non ne possiamo più- disse il vicino di letto del nostro Onorio- Sono tre giorni che ci tempestano delle stesse domande a tutte le ore e noi non sappiamo perché. Basta, non ne possiamo più. O ve ne andate voi o ce ne andiamo noi.-
Tutti I degenti furono immediatamente d'accordo- Basta non ne possiamo più, andatevene , non risponderemo più ad alcuna domanda.-
Onorio si accasciò sul cuscino con un lungo sospiro di sollievo e non parlò più.
-         Come ve ne andate – disse Bargi –E il mio esame? Non scherziamo col fuoco ragazzi, se non faccio l’esame domani, mio padre prenderà drastiche misure nei miei confronti. Già è sempre incazzato per tutti I soldi che gli faccio spendere.-
In pochi minuti la voce della protesta si era sparsa in tutto l’istituto, ed anche I pazienti delle altre stanze si rifiutavano di rispondere.
Così noi studenti tenemmo una rapida riunione nella quale decidemmo di avvisare il responsabile dell’istituto per decidere sul da farsi.
Scendemmo in fila indiana la scalinata che dalle camere di degenza porta all’atrio dell’istituto e chiedemmo ad un bidello di poter parlare con il direttore.
Il direttore non c’era e così fummo ricevuti dal responsabile, un medico piuttosto giovane che dopo averci ascoltati attentamente disse- E’ la prima volta che capita una cosa del genere. Tornate su immediatamente ed informate I degenti che questo è un istituto universitario con esigenze di didattica ben precise. Essi non possono rifiutarsi di rispondervi.-
Così facemmo ma ci accorgemmo che molti degenti, mentre noi ci eravamo riuniti, avevano già preparato le loro borse e valige e quando furono messi al corrente della decisione del medico, piano piano, con molta dignità, senza proteste rumorose, ma con molta determinazione si avviarono verso l’uscita dell’istituto.
Il responsabile si fece loro incontro e parlottò animosamente per alcuni minuti al termine dei quali chiamò di nuovo noi studenti e ci disse- Abbiate pazienza ragazzi, tornatevene a casa, compilerete l’anamnesi un’altra volta, questi sono veramente esasperati.-
Quella fu la prima vera lezione di medicina che mi impartì l’università’ di Padova.

Psicoanalisti-dentisti

                                        Psicoanalisti-dentisti

 In questi ultimi anni, una delle professioni dell'area medica che  sta sempre di più affermandosi , è quella dello psicoanalista-dentista. Non esiste al mondo psicoanalista che almeno una volta nella sua vita non abbia provato un forte impulso verso l'odontoiatria e questo non solo per motivi meramente economici.
L'aspirazione contemporanea verso la psicoanalisi e verso l'odontoiatria rappresenta infatti un tentativo disperato di far quadrare il cerchio, una ricerca delle coincidetiae oppositorum che tutti gli uomini di ogni tempo hanno sempre avuto. Capita quindi anche a quotatissimi psicoanalisti , dopo anni di sedute ,  di progressi e regressi, di tentativi di suicidio interpretati come tentativi di fuga dalla terapia, ( a tal proposito ricordiamo che lo  psicoanalista Freudiano classico, rincorre il paziente col conto in mano, fin dentro al loculo)  , di essere colti dalla fregola di cavare un dente al paziente. E questo per risolvere certamente e definitivamente ,almeno per una volta, un problema pratico e non dover rivedere mai più quella faccia. E' un raptus. C'è poco da fare.
Anche Freud, il padre della psicoanalisi, aveva questa segreta aspirazione. Molti sostengono infatti che il suo primo lavoro intitolato "Sulla Cocaina" non fosse altro che un tentativo ,peraltro geniale, di introdurre la droga come anestetico in chirurgia odontoiatrica. Il fatto che non abbia mai parlato di questa sua legittima aspirazione nei suoi successivi lavori si deve al meccanismo inconscio della rimozione. Del resto Freud, ai suoi tempi,  quando rimuoveva, era l'unico che sapeva cosa stava facendo. Non come oggi che rimuovono tutti, cani e porci.  Di Jung invece si dice che avesse una mano particolarmente felice soprattutto nelle estrazioni degli ottavi inclusi. Quanto ad Adler, non ne parliamo proprio, quasi tutti i suoi allievi e tutti i suoi pazienti affermano senza ombra di dubbio  che le sue capacità in campo odontoiatrico erano senz'altro superiori di quelle psicoanalitiche.
L' aspirazione verso la psicoanalisi dei dentisti invece si rende evidente ai loro congressi e nelle scuole di specializzazione. Forse sentendosi in colpa o in inferiorità, trattano la loro materia come se invece che di denti si parlasse di biocibernetica. Se uno volesse sentire qualcosa di veramente teorico e complesso potrebbe frequentare un corso( non di quelli a pagamento) di odontoiatria .  Le disquisizioni sull'embriologia della cuspide di Garabelli o sui vacuoli citoplasmatici degli odontoblasti durano per anni nei corsi universitari, quanto poi alle problematiche relative ai materiali odontoiatrici, penso che un ingegnere che lavora alla NASA non avrebbe la preparazione teorica di base per capire tutte le dissertazioni tenute sull'argomento. E' una specie di legge del contrappasso che lo studente deve pagare( e che riproporrà non appena divenuto professore  come una coazione a ripetere) per aver scelto una specializzazione così eminentemente pratica e redditizia.
Cavare i denti non si insegna. Si impara solo.
 I più liberi tra gli psicoanalisti e fra i dentisti lo fanno veramente. Voglio dire cavano complessi ,trapanano resistenze, analizzano cuspidi ed interpretano  solchi.   Dentisti al mattino e psicoanalisti la sera di solito , ma non è obbligatorio, si può fare anche viceversa , meglio non dirlo alla Società Italiana di Psicanalisi però.
Come sarebbe bello ed anche psichicamente economico  se si potesse parlare liberamente : " E lei professore dove va?"
"Beh io vado all'ospedale di Noale è un reparto dove si impara, soprattutto la conservativa , molto pratico, anche Cesare Musatti si è formato lì. Pratico, molto pratico.

Linee guida

Linee guidaPer fare diagnosi di diabete è sufficiente effettuare per due volte la glicemia venosa a digiuno, se superiore a 126 Mg/100 ml. Se la glicemia a digiuno è superiore a 110 Mg, è opportuno eseguire test da carico orale con glucosio e se quest’ultimo alla seconda ora è superiore a 200 si pone diagnosi di ridotta tolleranza ai carboidrati, se invece è normale si pone la diagnosi di alterata glicemia basale. Entrambe queste situazioni necessitano di attenzione e di ulteriori controlli.
Purtroppo ad una recente conferenza ho sentito che il limite di 110 sarà sicuramente portato a 100Mg/100.
Anche il colesterolo, il cui limite massimo era, in passato, fissato a 250Mg/100ml ora è stato portato a 220Mg/100ml ed è sicuramente destinato a scendere ancora. Ho l’impressione che chi stila queste linee-guida non si fermerà fino a quando vi sarà anche una sola persona sana. Tutti debbono avere almeno una malattia e tutti debbono sentirsi in colpa ed avere paura.
E’ vero statisticamente che chi ha valori più bassi vive di più, ma sono i valori che abbiamo definito normali, sono i valori della maggioranza delle persone o sono i valori che garantiscono una vita più lunga? Se affamiamo un gruppo di topi ci accorgiamo che essi vivono di più rispetto ad altri gruppi che mangiano liberamente, ma è nella natura del topo mangiare così poco ?
E se ci accorgessimo che mangiando due sedanini al giorno l’uomo aumenta la sua aspettativa di vita, quale definiremmo la dieta "normale" quella della maggior parte degli uomini o quella di chi vive di più? Sono domande che dovremmo iniziare a porci, dato che per la prima volta rischiamo di definire la normalità non con criteri basati sulla statistica, ma con criteri basati sull’aspettativa di vita, un modo diverso da quanto è stato fatto fino ad ora. Può essere una cosa giusta cambiare atteggiamento di fronte alla "normalità", ma non mi pare che se ne discuta abbastanza e non mi sembra che tutti ne siamo consapevoli.
La situazione di oggi mi fa ricordare una simpatica commedia dei primi anni del 900 scritta da Jules Romains dal titolo "Knock ovvero il trionfo della Medicina". La trama è semplice: il moderno dott. Knock rileva una condotta sperduta in montagna al vecchio dott. Parpalaid, ma scopre con dispiacere che a St. Maurice la maggior parte delle persone gode di ottima salute. Capisce però subito che tutto ciò dipende dai metodi obsoleti del vecchio dott. Parpalaid e, piano piano, riesce a far trionfare la scienza moderna, convincendo tutti i paesani di essere malati. La salute non esiste, è un’astrazione, una sottile linea immaginaria prodotta dall’ignoranza e dalla pratica errata della Medicina. Knock raggiunge il suo trionfo quando alla fine riesce a convincere anche l’anziano collega Parpalaid ad indossare, anch’egli finalmente, le vesti del malato.
Un altro bel racconto che parla dello stesso argomento è "L’alienista" dello scrittore brasiliano Machado De Assis, In questo racconto il protagonista, lo psichiatra Simao Bacamarte, riesce a convincere tutti gli abitanti di un villaggio di essere malati di mente ed a rinchiuderli tutti in un manicomio.
Come si può vedere, molti scrittori, anche in passato, hanno avuto queste stesse impressioni. Guardando le cose dal basso ho l’impressione che oggi si stia un po’ esagerando. Vedo dei vecchietti che tutte le mattine si mettono in fila per avere impegnative, visite e prestazioni sanitarie di ogni genere e spesso leggo nei loro occhi tanta paura. Va a finire che per paura di morire, muoiono di paura e mi domando se sono felici di questa vita fatta di impegni sanitari. Non che abbiano altre scelte meravigliose, ma questo rischia di trasformarsi in un lavoro o meglio in un incubo. E’ questa la vecchiaia e la vita che auspichiamo per i nostri anziani e per noi stessi? Accanto a persone che non chiedono nulla, ve ne sono altre, malati "professionisti", che sanno destreggiarsi perfettamente in tutte le pastoie burocratiche e passano tutta la loro giornata a curarsi ed a richiedere interventi sanitari. Sono in buona fede e tutti pensano che dovrebbero curarsi di più e chiedere di più.
Conosco persone che per assistere la madre si sono licenziate dal lavoro e richiedono, richiedono continuamente. Dopo un po’ questa diviene la loro professione e la cosa che sanno meglio fare. Chi chiede ottiene qualsiasi cosa, chi, forse per pudore o per poca conoscenza, non chiede, non ottiene nulla. Vi sono delle singole persone che richiedono tante energie e tante risorse economiche quante ne vengono spese in Africa per assistere un intero villaggio. E sono più felici?
Bisognerebbe, a volte, avere il coraggio di fermare questa corsa alle prestazioni sanitarie e porre fine al circolo vizioso della paura. La paura non serve a nessuno, fa solo male e fa soffrire".
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