SEMEIOTICA
Negli anni 1972-1973 ci fu il boom delle iscrizioni universitarie alla facoltà di medicina. Forse a causa del dottor Kildert, protagonista di una fortunata serie di telefilm americani, tutti volevano curare, salvare, trattare umanamente il prossimo e se possibile contribuire con qualche fondamentale scoperta scientifica alla salvezza dell’umanità’, guadagnando , perché no, anche dei buoni soldi.
Mi iscrissi anch’io aspettandomi di trovare quell’ambiente accogliente ed umano che avevo visto nei filmetti americani, invece l’impatto con l’università’ fu traumatico. File interminabili di studenti, code alla segreteria per iscriversi, code ovunque. Gli esami del primo anno erano cinque: chimica, fisica, istologia, biologia ed il cosiddetto colloquio di anatomia. Qualche genio dell’università’ aveva voluto chiamare con questo nome “ Colloquio” quella parte dell’esame di anatomia che trattava dei muscoli delle ossa, delle arterie e delle vene e che consisteva in una prova scritta perché I professori non avrebbero avuto il tempo di ascoltare tutti. Quindi l’unica prova scritta del primo anno si chiamava “Colloquio”. Già questo la diceva lunga. Le prime settimane passarono nella disperata ricerca di aule ed orari. Non appena trovavamo l’aula giusta, trovavamo anche , appeso da qualche parte un cartello con la scritta;” La lezione è stata sospesa o trasferita in via Casa del diavolo n. 17”.
Le lezioni per gli esami di fisica e chimica erano più o meno come quelle del liceo, solamente il professore lo potevi vedere col binocolo e non potevi avere alcun rapporto con lui. Anche agli esami, non avrebbero richiesto molto di più. Diversa invece era la situazione per l’anatomia. Per avere a disposizione un cranio umano, per lungo tempo ho dovuto rivolgermi al mio vecchio liceo nel cui laboratorio vi era un cranio perfettamente preparato e sezionato che mi fu prontamente messo a disposizione. Del resto anche le lezioni ufficiali di osteologia consistevano solamente nel dare un nome a tutte le protuberanze, I processi, le sporgenze, I solchi ed I canalini delle varie ossa. Tutto qua.
Per I più svariati motivi, le lezioni a volte non si tenevano: o per manifestare contro qualche ingiustizia, o per solidarietà nei confronti di qualcuno o per segnalare a qualche altro vari problemi, si tornava spesso tutti a casa. I professori non se lo facevano ripetere due volte, sembrava non aspettassero che una scusa per piantare tutto ed andarsene. Ricordo che una volta una lezione di istologia fu interrotta perché, in un’auletta prefabbricata, mentre il professore spiegava, entrò una zingarella che si mise a chiedere la carita’agli studenti. Il professore scandalizzato ci disse: ” Signori debbo interrompere immediatamente, sia per rispetto verso di voi sia per portare la mia protesta a chi di dovere”.
Io quella mattina ero partito appositamente da casa mia con l’automobile, avevo impiegato più di un’ora per percorrere I trenta Km tra Cittadella e Padova e avevo speso un’altra mezz’ora per parcheggiare in divieto di sosta. Mi azzardai quindi a replicare: ” Scusi professore, non potremmo darle mille lire e rinviare la protesta al termine dell’ora?” Ottenni in cambio un’occhiata piena d’odio che interpretai così: “ Lasciami andare a casa deficente, o mi ricorderò di te al momento dell’esame”. Dopo I primi mesi, nonostante la pletora di iscrizioni, le aule cominciarono a svuotarsi perché molti studenti rinunciarono a frequentare.
Conobbi in quel periodo Cavaro uno studente calabrese che con un gruppo di conterranei affrontava l’umidità’, le zanzare, il freddo, il traffico, l’estraneità’ di Padova, unicamente per il prestigio del nostro ateneo. Ebbene questi studenti che alloggiavano allora al collegio universitario Murialdo, in sei o sette anni di università, non avrebbero quasi mai frequentato una lezione. Rimanevano sempre seduti nell’atrio del collegio stesi su di un divano a studiare in pigiama. Quando chiedevo a Cavaro perché fossero venuti a Padova, mi rispondeva che qui s’imparava di più Vuoi mettere”
“ Ma se non avete mai messo piede all’università’” obiettavo io “ A cosa vi serve rimanere qui.”
“ A Padova la laurea vale di più, è più difficile, sono più seri e poi pretendono di più agli esami” era la risposta.
“ Se ci facessero imparare a memoria anche l’elenco telefonico, sareste più contenti?” Chiedevo allora io.
Cavaro mi guardava con gli occhi scuri e sorridenti e con un’espressione sorniona mi diceva: “ Scherza, scherza Berto’, intanto noi quando torneremo a casa potremo dire che ci siamo laureati a Padova, e questa sara’ la nostra vendetta”. Quell’ambiente ci aveva reso tutti un po’ masochisti, c’interessava di piu’ che le cose fossero difficili piuttosto che servissero a qualcosa.
Frequentare l’ambiente universitario era tuttavia utile perché imparavamo molto tra noi studenti: quali erano I pallini dei vari professori, dove trovare le dispense per risparmiare tempo e altre cose utili di questo genere.
Negli anni successivi cominciarono a spiegarci anche I vari organi del corpo umano e le loro funzioni, chi rimaneva assente era tuttavia sempre il malato. Come se la sofferenza riguardasse il fegato o il rene e non la persona malata. Più tardi avremmo dovuto accorgerci che è difficile guarire una grave malattia ma è sempre possibile curare, aiutare, contenere la sofferenza. Gli ospedali altro non sono che grandi contenitori di sofferenza umana, luoghi cioè in cui dovrebbe essere più facile contenere a volte anche ritualizzando la sofferenza del malato e la frustrazione del medico.
Ma è appunto il dover accettare di non poter sempre guarire ed imparare a contenere la sofferenza dei malati che non guariscono, senza trattarli come degli ingrati , la cosa più difficile da imparare e da insegnare. Forse questa è la famosa vocazione di cui tanto mi parlava la mia maestra delle elementari. Resistere alla sofferenza senza incolpare nessuno e senza scappare è molto stressante e difficile, anche perché molte volte è lo stesso paziente che svaluta questo lavoro ed idealizza la figura del supertecnico che con un solo atto superspecialistico, supertecnologico ed alla fine magico lo guarirà per sempre da tutti I mali.
Dalle lezioni universitarie di medicina mancava dunque sempre il malato.
Quando farò la prima iniezione? Quando incontrerò davvero la mitica figura del paziente?
Ero molto abituato ai libri, ma per nulla alle persone.
Finalmente arrivò il momento dell’esame di semeiotica.
Semeiotica è il primo esame di medicina dove gli studenti incontrano il malato ed ai miei tempi, strano a dirsi, era un insegnamento facoltativo. Per sostenere quest’esame è necessario raccogliere l’anamnesi e fare l’esame obiettivo del paziente.
Con l’anamnesi si raccolgono tutte le informazioni utili che possono indirizzare verso la comprensione della patologia del paziente.
Bisogna chiedere se nella famiglia vi sono state malattie importanti, bisogna indagare sulle abitudini di vita, sulle malattie pregresse ed infine sul motivo del ricovero attuale.
L’esame obiettivo è la visita vera e propria che si propone di valutare attraverso l’ispezione, la percussione, la palpazione e l’auscultazione se vi sono alterazioni rispetto alla norma nei vari distretti corporei del paziente.
Per quest’occasione ci comprammo tutti il camice, lo stetoscopio ed il martelletto e cominciammo a frequentare l’istituto di semeiotica.
La prima cosa che balzava all’occhio era il numero esiguo dei ricoverati rispetto all’enormità’ degli studenti di medicina, la seconda impressione che ebbi riguardava gli ammalati.
Rispetto all’idea che mi ero fatto guardando I telefilm americani, mi sembravano tutti poveretti, piccolini, impauriti, chiusi in se stessi e stanchi. Stanchi forse di vedere dalla mattina alla sera tutto quel baillame di camici bianchi.
Sembravano del tutto distaccati dalla realtà dei medici, come se medici e pazienti fossero lì per motivi del tutto differenti e vivessero in due mondi separati ed incomunicabili.
Arrivò infine il giorno in cui dovemmo sostenere l’esame, il giorno prima della prova orale. Fummo divisi a due a due e ci fu assegnato un caso che avremmo dovuto presentare all’esame, al quale dovevamo fare l’anamnesi e l’esame obiettivo.
Il mio collega, che per comodità chiamerò Bargi, era un tipo piccolino, magro, nervoso e teso come una corda di violino.
A noi toccò l’ultimo turno, a poche ore dall’esame, non c’era tempo da perdere, dovevamo sbrigarci.
Il nostro paziente, che chiamerò Onorio, era un uomo sulla sessantina affetto da epato spleno megalia (aumento di volume del fegato e della milza), era in pessime condizioni, era stanco e rispondeva veramente a fatica.
Non solo il nostro ammalato era stanco, ma anche tutti gli altri: gli studenti che dovevano fare l’esame erano centinaia e quei poveri Cristi erano stati sottoposti per tre giorni ad un bombardamento di domande, un autentico lavaggio di cervello. Dapprima rimasero lusingati dall’improvvisa irruzione di tutti quei “medici” così interessati ai fatti loro, poi visto che la cosa non accennava a diminuire cominciarono a stancarsi ed a porsi le prime domande.
Io e Bargi eravamo stati particolarmente sfortunati perché oltre ad appartenere all’ultimo turno, avevamo trovato anche una persona con uno stato di coscienza obnubilato. Bargi gli fu subito addosso con una raffica incalzante di domande alle quali Onorio rispondeva a fatica, distraendosi sempre più spesso. Forse a causa della patologia di cui era affetto il poverino non riusciva a mantenere l’attenzione su di un argomento per più di qualche secondo.
Purtroppo non avevamo tempo da perdere, se non fossimo riusciti a completare quell’anamnesi e quella visita l’esame ci sarebbe saltato alla sessione successiva e con I tempi che correvano, nulla sembrava assicurato. Chi poteva sapere cosa sarebbe successo in futuro. In una situazione come quella era meglio fare subito carniere ed incamerare al più presto il voto sul libretto. Noi avevamo I nostri problemi ed Onorio aveva I suoi. “Alvo, alvoo” gli gridava Bargi sempre più impaziente, -diuresi, diuresii. Allattamento, dove ha avuto l’allattamento al seno o non al seno?-
- Le malattie esantematiche, quali malattie esantematiche ha avuto- Urlava Bargi esasperato mettendosi le mani attorno alla bocca a mo di megafono.
- Non ricordo, non ricordo- rispondeva il povero Onorio – Lasciatemi andare in coma in pace almeno.-
- Cosa vuoi che c’interessi come ha avuto l’allattamento questo povero vecchio, dopotutto ha un’epato- splenomegalia- obiettai.
- A me se sia stato allattato al seno o no, non me ne potrebbe importare di meno- disse Bargi- Ma domani ho l’esame e devo presentare questa maledetta anamnesi come mi hanno insegnato di fare-
Continuammo a tempestare il paziente di domande, la nostra anamnesi essendo molto scolastica rischiava di divenire molto voluminosa.
Onorio oltre, a non rispondere velocemente, aveva passato una vita molto complicata ed avventurosa, piena di viaggi per lavoro in Africa ed in Asia. Trattandosi di epato-spleno megalia, la cosa poteva essere importante.
Non appena aveva terminato di raccontarci con gran fatica un episodio della sua vita, ne ricordava uno immediatamente precedente che aveva trascurato ed iniziava da capo.
Avevamo già scritto più di dieci stipatissime pagine.
-Mannaggia a te e a me- mormorò Bargi- Non ci poteva capitare uno che ha passato una vita tranquilla, sempre nello stesso posto, sempre con lo stesso lavoro. Beata tranquillità. Viva la tranquillità. Invece con questo qui,un romanzo ne verrà fuori, non un’anamnesi ma un romanzo-
- Già – dissi io- La gente dovrebbe vivere secondo I moduli delle nostre anamnesi e non in questo modo così incasinato.-
Poi rendendomi conto di quanto paradossale fosse quella situazione –Bargi- aggiunsi – Lasciamolo in pace, cerchiamo la cartella clinica che gli hanno già fatto I medici e copiamo tutto, è l’unica cosa che possiamo fare.-
Mentre eravamo assorti in quella discussione ci accorgemmo che nel reparto stava scoppiando qualcosa di nuovo. Un certo movimento di protesta, quasi una piccola rivoluzione tra I letti dei pazienti.
-Non ne possiamo più- disse il vicino di letto del nostro Onorio- Sono tre giorni che ci tempestano delle stesse domande a tutte le ore e noi non sappiamo perché. Basta, non ne possiamo più. O ve ne andate voi o ce ne andiamo noi.-
Tutti I degenti furono immediatamente d'accordo- Basta non ne possiamo più, andatevene , non risponderemo più ad alcuna domanda.-
Onorio si accasciò sul cuscino con un lungo sospiro di sollievo e non parlò più.
- Come ve ne andate – disse Bargi –E il mio esame? Non scherziamo col fuoco ragazzi, se non faccio l’esame domani, mio padre prenderà drastiche misure nei miei confronti. Già è sempre incazzato per tutti I soldi che gli faccio spendere.-
In pochi minuti la voce della protesta si era sparsa in tutto l’istituto, ed anche I pazienti delle altre stanze si rifiutavano di rispondere.
Così noi studenti tenemmo una rapida riunione nella quale decidemmo di avvisare il responsabile dell’istituto per decidere sul da farsi.
Scendemmo in fila indiana la scalinata che dalle camere di degenza porta all’atrio dell’istituto e chiedemmo ad un bidello di poter parlare con il direttore.
Il direttore non c’era e così fummo ricevuti dal responsabile, un medico piuttosto giovane che dopo averci ascoltati attentamente disse- E’ la prima volta che capita una cosa del genere. Tornate su immediatamente ed informate I degenti che questo è un istituto universitario con esigenze di didattica ben precise. Essi non possono rifiutarsi di rispondervi.-
Così facemmo ma ci accorgemmo che molti degenti, mentre noi ci eravamo riuniti, avevano già preparato le loro borse e valige e quando furono messi al corrente della decisione del medico, piano piano, con molta dignità, senza proteste rumorose, ma con molta determinazione si avviarono verso l’uscita dell’istituto.
Il responsabile si fece loro incontro e parlottò animosamente per alcuni minuti al termine dei quali chiamò di nuovo noi studenti e ci disse- Abbiate pazienza ragazzi, tornatevene a casa, compilerete l’anamnesi un’altra volta, questi sono veramente esasperati.-
Quella fu la prima vera lezione di medicina che mi impartì l’università’ di Padova.